“Carne”, l’abbraccio elettrico dei Fiori di Mandy

Era l’11 giugno 2018 e su Lamalista annunciavo l’uscita del nuovo EP degli oristanesi Fiori di Mandy. Un mese dopo incontravo Edoardo Mantega, voce, per una passeggiata romana a Villa Borghese. Con un gesto sincero e deciso mi metteva tra le mani “Carne”, la nuova fatica discografica del trio. Faceva caldo, ma la freschezza e l’accuratezza della loro musica lenivano l’afa dell’estate. Giravo e rigiravo quel pacchetto e constatavo che avevo tra le mani un nuovo capitolo di una band che ho seguito dall’inizio, quando aveva buttato fuori Radici, l’EP dell’esordio. La promessa.

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I brani

Ho preso del tempo. Preso dalla claustrofobia di Invadere, prima traccia del disco, riavvolgo l’ascolto e confermo: è un pezzo che ti si stringe addosso e ti toglie il respiro. In un primo momento tante marionette compaiono all’orizzonte, mosse da cassa e rullante che Raffaele Mura sincopa come un delirio tribale.

… e non sappiamo più guardarci in faccia, né dialogare del tutto nel niente,
né distenderci sopra il bordo dell’euforia.

Poi l’assedio, quell’invadere il tuo ecumene che Edoardo vibra nel canto in un crescendo fino a toccare una settima. Gridata, feroce. Altri rintocchi di rullante e termina l’ossigeno.

Karter è la vera rivelazione del disco. Non esiste rock alternativo senza uno strascico degli anni ’90, quando tutto è atmosfera, tensione e corto circuito. Un arpeggio, una sviolinata distorta del basso di Luigi Frau, poi quel «Dimmi dove mi vuoi» che mette tutto a tacere, imponendo l’ascolto. Categorico. Chitarra e basso si corteggiano mentre la voce è il convoglio nuziale. Non un prete, né un sindaco in facoltà di unire amanti in matrimonio. Una solitudine che vuole esplodere, ululare. Non è un caso se la figura fittizia scelta dai Fiori sia quel Rubin “Hurricane” Carter, ingiustamente accusato di triplice omicidio nel 1966 e scarcerato nel 1985. Edoardo modula, sospira e stride, quando cerca protezione in una madre: «Coprimi di cenere e preservami ancora, madre». Liquidità e sofferenza trasudano, in quel mood del più intenso Kurt Cobain e del più malinconico Manuel Agnelli, tra le corde di Luigi: un corridoio cupo e piangente tra esplosioni di accordi e interferenze ottenute con voci quasi fuori campo. Grattacieli in chiaroscuro si aprono, sfocati, su quel finale lasciato in sospeso.

«Non seguiamo un punto fermo», dicevano a L’Arborense ai tempi di Radici. Se c’è una cosa che ai Fiori di Mandy è d’obbligo riconoscere è la costanza. Lo dimostrano con In virtù del piovere. Ad un primo ascolto una cavalcata per giovani cowboy, ma sono quelli tormentati di Promises dei Cranberries. L’incalzare del ritmo cambia a metà brano, discostandosi dal “punto fermo” e diventando un arpeggio beethoveniano, interrotto dall’incedere del basso in una grande prova percussiva.

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I Fiori di Mandy / Facebook

Rassegnazione e tormento guidano pennate e liriche di Quelli di ieri:

Noi non saremo più quelli di ieri,
daremo nuovo sangue ai nostri cieli.

Testi che non danno pace, testi che rubano la pace e non trovano pace:

Mi piacerebbe dirti, amico mio
che siamo angeli
e che
ricorderanno le nostre ali.
Sulle fotografie dei nostri cuori in estinzione
verseremo
incantevoli manie.
Vorrei ucciderti adesso, amico mio,
per rivederti ancora e per rubarti un po’ il dolore.
per volare sopra le sirene e i pianti dei bambini.
Per violare ancora
l’aria.

Proprio la parola “aria”, nel bel mezzo del brano, libera l’esplosione per un raddoppio del groove. Raffaele alterna ride, charleston, cassa e rullante per accelerare. Edoardo mette a riposo la voce e dona uno strascico di ruvidità alla chitarra lasciandosi accompagnare da un basso incisivo. Toniche e atmosfera, roteanti fino a diventare ossigeno. Un tocco di Estra, un tocco di Scisma, un imponente manifesto del disco. Mandria sorprende dai primi secondi: la chitarra dell’intro non è esattamente in pulito, ed è forse questo dettaglio a conferire una partenza energica grazie anche a quell’effetto del basso, quel suono che ricorda il più epico Simon Gallup, divenuto la seconda colonna portante dei Cure. Tra le storie, la storia saluta l’ascoltatore, ma non lo abbandona. Si ritorna, nello special, all’assedio di Invadere. Raffaele gioca sulle pelli, senza retina, trasformando la sua batteria in un kit di percussioni tribali che inseguono, scandiscono. I tre strumentisti dialogano e si rincorrono, fino a soffocare.

Il disco

Carne, come Radici e come qualsiasi lirica che nasce dal lavoro minuzioso della band, è il disco che abbraccia i fan degli Afterhours, degli Area, dei CSI, che sgomita con complicità sugli adoratori del rock alternativo che ha segnato gli anni ’90 italiani, quelli dei video registrati in VHS, dei nastri duplicati più volte. Allo stesso tempo I Fiori di Mandy sono liberi: le loro canzoni non seguono una linea, ma sono una chiara espressione della libertà creativa e di quanto la Musica sia Demone, Dea, Santa e Maledetta.

Sia questo l’inferno che l’artista sceglie per cercare il paradiso, sia questo il rumore che il silenzio sceglie per darsi un senso, I Fiori di Mandy ci credono.

Ce lo fanno capire con Carne, strutturalmente diverso da Radici per un maggiore spazio allo strumentale e allineato geometricamente, invece, per quell’ordinata improvvisazione che li rende interessanti. Poetici e scanzonati, sanno contraddirsi spostandosi da arpeggi a esplosioni in levare, apparentemente fuori luogo ma in piena coerenza con la follia.

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