PROFONDO ROSSO, Quarant’anni dopo

I Goblin riportano sul palco l’album che li ha resi famosi

(Da L’Arborense n.21 del 14.06.2015, pag.19)

Sintetizzatore, organo,
pianoforte, basso incisivo,
chitarre inquiete e batteria
accarezzata ma pulsante,
senza bisogno di una voce che
scandisca il testo: tutto il
potere della musica strumentale

Goblin-Foto-Promo-1976

Il 7 Marzo 1975 in Italia, tra nebbie e distorti carillon, usciva nelle sale Profondo rosso di Dario Argento. Dai titoli di apertura – bianchi su sfondo nero – già qualcosa turbava lo spettatore. Un tema, un motivetto inquietante che ritornava ossessivamente, irrobustito da un giro di basso che interveniva come una cannonata, un picchiare grave e minaccioso su una porta. Dario Argento, dopo aver pensato nomi come Pink Floyd, Emerson Lake & Palmer e Deep Purple, si lasciò incantare da un gruppo progressive rock tutto italiano. Aveva bisogno di una band che componesse la colonna sonora del suo nuovo film, Profondo rosso e la Cinevox gli mise tra le mani un album ancora in fase di produzione: Cherry five degli sconosciuti Oliver. Dario Argento li contattò e propose loro la collaborazione. Il gruppo accettò con entusiasmo e inizialmente si ritrovò a lavorare sui brani che il jazzista Giorgio Gaslini aveva già scritto per il film. Nati alcuni screzi tra quest’ultimo e il regista, alla band non restò che continuare i lavori sui temi principali. Intanto cambiarono il loro nome da Oliver a Goblin. Fu una cantina il reparto di maternità, la fornace dalla quale i Goblin forgiarono quella musica disturbante. Il brano d’apertura della pellicola divenne storia e il vinile che conteneva la colonna sonora ufficiale di Profondo Rosso venne inserito tra i 100 dischi più belli della musica italiana. Il lato A riportava le composizioni dei Goblin, il lato B quelle del maestro Giorgio Gaslini. Il risultato vide una folla entrare nelle sale per poi uscirne circospetta, insicura. Rincasare con le tenebre non fu il massimo, specie dopo le immagini accompagnate dalla malefica School at night, la nenia infantile che si insinuava sinistra nelle scene in cui l’assassino entrava nelle case delle vittime. Chiunque si sarebbe aspettato di scorgere l’ombra oscura del carnefice, della belva assetata di sangue e vendetta in qualche angolo della stanza, avanzare lentamente irradiando la luce di quella lama affilata pronta a colpire, eliminare. Chiunque, nel sopore, si sarebbe risvegliato di soprassalto richiamato dal minimo rumore. I Goblin e Dario Argento, tutti col capello lungo e le camicie strette in pieno stile seventies, avevano fatto centro. La pellicola dalle forti tinte scarlatte e dai suoni stridenti lasciò tregua a pochi. Quella nota, quella maledetta nota si sente ancora dire quando si parla di School at night, la composizione più azzeccata dopo il Main theme. Sì, perché si parla di un canto infantile in maggiore che vede, tra le note, un elemento fuori scala che provoca smarrimento. Impressionante, poi, il synth di Deep shadows. Non è un caso se il tema principale di Profondo rosso è stato sempre annoverato tra le migliori colonne sonore horror, assieme a Tubular bells di Mike Oldfield per L’esorcista, Sette note in nero di Fabio Frizzi per l’omonimo film di Lucio Fulci, il Main theme della saga di Halloween firmata inizialmente da John Carpenter. Ora, quarant’anni dopo l’esplosione del fenomeno Goblin, la band ha risvegliato l’incubo con un tour italiano, portando sul palco l’intero album che li ha resi famosi in tutto il mondo. Tra il pubblico vi è di sicuro chi si concentra sul volto di Claudio Simonetti, lo storico tastierista, per frugare nei suoi ricordi e immaginarlo ragazzo nei momenti in cui, in quel lontano 1975, osservava le scene di quella pellicola ancora in lavorazione per tradurle in musica. Sintetizzatore, organo, pianoforte, basso incisivo, chitarre inquiete e batteria accarezzata ma pulsante, senza bisogno di una voce che scandisca un testo. Il potere della musica strumentale è tutto qui, in un disco che fa rabbrividire quanto le tinte nere della morte, rosse del sangue e argentee delle lame che scorrono per tutta la pellicola, destinate ad inchiodarsi nell’anima dello spettatore, sconvolgendo ogni senso e arricchendo udito, vista e sapore. Amaro come la paura, dolce come la musica. Rosso come la passione.

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