Un giovane strappato alla vita

L’omicidio di Orune: no ai pregiudizi sulla Barbagia

(Da L’Arborense n.18 del 24.05.2015, pag.12)

Questa non è la Sardegna:
ce lo hanno insegnato
Grazia Deledda e Giuseppe
Fiori. Le foto che
ritraggono lo studente
Gianluca Monni, pieno di
vita e col sorriso, fanno male

1431092245771_rainews_20150508153627909

Bagnato sull’asfalto, grilla come olio un lago imporporato. E il sole scaglia la sua gloria e se la ghigna. Ho sentito come lame, quei suoni provenire dal brano L’agguato dei Marlene Kuntz. Nessuno ha avuto tregua, quando un lenzuolo bianco ha separato il resto del mondo da Gianluca Monni, lo studente diciannovenne tremendamente freddato a Orune (NU), poco prima di salire sul predellino dell’autobus che lo avrebbe condotto a scuola. Una provincia nera di pregiudizi. Selvaggia ma ordinata, fiera, composta e dannata. Il peccato commesso è sempre quello di non aver abbassato la testa all’invasore, magari a un’autorità di un preciso contesto storico che intendeva cambiare la connotazione di un popolo già abbastanza oppresso e messo all’angolo. Barbagia, un nome che un tempo era una destinazione per militari da punire. È comparsa come un monito severo, quell’immagine che ritrae il cartello dilaniato da fori di proiettile che si trova all’ingresso del paese. Ancora la Sardegna, ancora la Barbagia e ancora Orune. Un diritto di vivere negato, nessun confronto. Tre tonfi assordanti e tutto si è chiuso, risolto. Gianluca è stramazzato sull’asfalto e forse, per un millesimo di secondo, il suo sguardo ha incontrato il cielo prima di raggiungerlo. Poi lo stridere delle gomme di un’auto in fuga. Nessuna pietà, nessuna. Un assassino determinato ad annientare un giovane ragazzo, tutto qui. Orune, perché di nuovo? Un coro straziante elevato da innumerevoli persone riversate per strada, ad assistere all’adunanza di forze dell’ordine e periti, in un sole di Maggio inaspettato, fedele. Ghignava, quella mattina. Il sole ghignava scagliando una gloria malata, ributtante. La gloria di aver eliminato un giovane studente. Ghignava perché aveva abbagliato la mente, mosso quei passi frettolosi mentre già scaldava la Terra coi sui raggi. Aveva armato, mosso l’odio e fatto fuoco. Le foto che ritraggono Gianluca sorridente fanno male. Si spera sempre che non accada, o che sia l’ultimo episodio. Speranze che si ripetono ad ogni tempo, ma è indubbio che siano meno le volte in cui si costruisce qualcosa dalle fondamenta, per formare le creature del nostro futuro al rispetto del prossimo, alla non-violenza e al dialogo civile. Solo con la ricerca si arriverà alla conoscenza e alla guarigione. Qualcosa non è chiara, qualcosa sfugge sempre di mano perché alla radice c’è il disagio, l’inattenzione. La distrazione che sfiora i nervi quando ci si trova di fronte al sottile confine che separa il tanto impervio bene dal troppo fruibile male. Quasi tutti facciamo l’errore di spegnere la sveglia e sonnecchiare ancora cinque minuti, quei cinque minuti che sono la storia dell’Uomo. A Orune è normale; solo nella Barbagia può succedere; questa è la Sardegna. Sì, perché Oscar Pistorius era sardo al pari di Luca Delfino, di Luigi Chiatti e Pietro Maso. Non è questa la Sardegna, ce lo hanno insegnato Giuseppe Fiori e Grazia Deledda. Ancora di più viene da dire che la vita degli altri non è nostra. Non si uccide, è sbagliato e vigliacco. Non può esistere giustizia quando la condanna è la pena di morte. Troppo facile non fare uso della parola, quando la parola si teme. Se esiste un processo di sinapsi che ci fa scorrere il pollice sullo schermo del nostro smartphone e da lì formulare un testo che risponda a un messaggio in entrata, non può non esisterne uno predisposto all’incontro verbale. La freddezza disarma. Non si può immaginare che l’assassino, avanzando verso il suo obbiettivo, non sia stato capace di pensare che quanto stesse andando a compiere fosse una brutalità imperdonabile e insensata. Il peso del fucile poteva essere un metro, un campanello d’allarme che aumentava di intensità in proporzione allo sforzo delle braccia che intendevano prendere la mira. Forse desistere in quel momento avrebbe infranto un principio, un modo di essere. Tre colpi per assicurarsi di aver centrato il bersaglio e saziare la furia. Non hanno importanza le lacrime di un’intera comunità ferita e maltrattata, offesa, perché si deve fuggire fuori paese in auto. Uccidere per poi nascondersi, questo è il senso. Nascondere le prove, distruggerle, anche questo è il senso. Espiata un’improbabile colpa di Gianluca, liberata la mente dall’ossessione. Poi la macchia. Condannare a morte per condannarsi alla solitudine e alla premura di non farsi catturare. Ecco, la gloria del sole, scagliata sull’uomo senza possibilità di replica. Niente si nasconde ai suoi raggi. Abbaglia chi fraintende la sua luce, rivela chi ha il cuore di tenebra.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...