NEPAL – Angeli nell’inferno del sisma

Volontari di tutto il mondo hanno scavato tra le macerie per estrarre i superstiti.

(Da L’Arborense n.16 del 10.05.2015, pag.18)

Più di settemila volti non
si sono riaccesi, una volta
liberati dalla polvere
e dal peso della propria
casa. Ma la speranza ha
un simbolo: un bimbo di
quattro mesi trovato vivo

44561b7c-e1a5-43d0-8ffd-e0eda499581c_xlSette. Punto. Nove. Due sillabe ripetute per tre tempi, in una trottola di numeri e parole che agghiacciano, inchiodano alla terra e spodestano placche. Un pianeta che impazzisce. L’uomo non può muovere misura alcuna per evitare di contare i morti. Non si tratta della follia omicida dei guerrieri neri dell’Isis, non sarà la furia di un contingente assassino a sfidare la natura. Essa è giocosa, soave e madre, ma anche severa e ineluttabile. Il 25 Aprile ha voluto ricordarcelo. Scosse di terremoto, con magnitudo capace di raggiungere il 7.9. Nepal, nell’Asia Meridionale. Quel numero, poi, che supera le diecimila croci. Gli alberi, le rocce e le acque hanno mosso guerra contro l’uomo che devasta per costruire, che costruisce ignorando la consapevolezza di devastare. Si scansa l’origine per dare spazio al progresso. Ci piace immaginare una grossa mano, provata da milioni di primavere ben distribuite in ogni ruga, che ogni tanto si risveglia e schiaffeggia lo scempio di un pianeta che si ostina a sfidare il sistema solare. Più di settemila, ricordiamocelo. A ovest di Kathmandu l’epicentro, il punto in cui quella mano si è accanita per dare una lezione ai figli impertinenti. Una capitale, Kathmandu, che si solleva di un metro. Non è stata l’atomica: si è trattato di un flusso naturale di conseguenze. Quasi sembra di sentire le strida di quanti hanno visto il proprio mondo gonfiarsi e scuotersi, inaugurare una danza di morte di cui pochi superstiti possono raccontare, con ancora quelle oscillazioni violente e crudeli affisse sui loro occhi velati di terrore. Il mondo che rotea insistentemente, come un grosso viso deturpato da un brufolo esploso che di sicuro lascerà la cicatrice per sempre. Una varicella isolata, nitida. L’inferno. Rimane il conteggio, i volontari di ogni Paese che si precipitano nella città di Dite per salvare le anime. Ben equipaggiati con divise e coraggio si lanciano sulle macerie per il recupero di quegli 8 milioni colpiti dal sisma. Le mani che si insinuano tra i detriti, il ringhio dello sforzo fisico e della disperazione. Sì, perché ci sono gli angeli, in quell’inferno. Pilastri e pietre di cemento nascondono, occultano. Poi un braccio fa capolino, imbiancato dall’intonaco e corroso dalla polvere. Distende il palmo della mano, è vivo. Con la cura della gioia nel cuore si scopre il resto: donne, uomini, anziani, bambini. Qualcuno si ostina a sopravvivere, perché la natura è severa ma non crudele. Riemergere dalle macerie con gli occhi brucianti, riprendere a respirare e a contemplare il sole. Colpi di tosse, lacrime, grida liberatorie. I volontari che si commuovono e gioiscono con gli scampati. Rinascere. Esiste una realtà più amara: quella di Mister Number. Si tratta di un personaggio comparso nel Dylan Dog 158. Il ragioniere della Morte, colui che passeggia tra i cadaveri armato di taccuino per verificare che i bilanci siano corretti, quadrati. Nessuno può notarlo, forse. Avrà avuto un bel da fare, Mister Number, quel 25 Aprile. Mentre egli contava, le anime immacolate degli angeli lottavano per riportare in superficie ogni forma di vita sepolta sotto gli edifici venuti giù. Settemila, ricordiamocelo. Più di settemila volti non si sono riaccesi, una volta liberati dalla polvere e dal peso della propria casa. Gli occhi inermi degli angeli lasciavano dunque evacuare il dolore, l’insofferenza di essere inermi di fronte alla Terra che punisce, che impartisce lezioni. Non c’è tempo, si deve proseguire. Una croce a destra, un fiore a sinistra e viceversa. Mister Number passeggia cinico e vaga di teatro in teatro, tenendo dietro ai soccorritori infaticabili con quella biro che mai si consuma, con quei fogli che mai si esauriscono. Addiziona, mai sottrae. Quasi moltiplica. Si ferma sotto l’Himalaya, indugia tra le valli dell’Everest e ne considera le sommità. Non c’è niente che sia dell’uomo, sussurra beffardo e deciso, con la sua voce che pare un rantolo. Si unisce all’esercito di volontari e ne osserva l’operato. Quando compare una croce, egli disegna una x su quel bianco inquietante del suo taccuino. Quando compare un fiore fa spallucce. Ci sarà un numero, però, che lo tormenterà nei secoli: ventidue. Ventidue ore. Un fiorellino si solleva alto tra le braccia dei soccorritori: è una creatura di appena 4 mesi, un bambino. Ha resistito sotto le macerie per ventidue ore. Sì, è vivo. Un angelo lo tiene tra le braccia, poi un rumore. Mister Number, vinto, lascia cadere la biro. La natura è severa e ineluttabile, ma anche giocosa, soave e madre.

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