THE CURE – Il disagio del reale

Il 22 Aprile 1980, 35 anni fa, usciva “Seventeen seconds”

(Da L’Arborense n.15 del 3.05.2015, pag.19)

La band capitanata da
Robert Smith si impegna
a far metabolizzare la
realtà urbana dei primi
anni ’80, nel grigiore
delle metropoli colorato
da smarrimento e paura.

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Nel 1980 insisteva una vena nichilista e oscura, negli ambienti della musica nuova. Ce lo dicevano tre opere: Unknown pleasures dei Joy Division, venuta alla luce un anno prima, In the flat field dei Bauhaus e Seventeen seconds dei Cure. Questi ultimi si erano già lasciati assaporare dal precedente disco Three imaginary boys ma qualcosa era cambiato. Robert Smith, voce e autore dei testi, voleva di più per lavorare su un album minimalista, essenziale ma catastrofico. Fecero il loro ingresso due nuovi elementi: Simon Gallup al basso e Mattheu Hartley alle tastiere, con il dovere insindacabile di eseguire una nota per volta. Ciò che uscì dallo studio di registrazione già veniva tradito dalla copertina del disco: alberi, grigiore e desolazione. Seventeen seconds è un album storico, essenziale per i cultori del gothic-rock, della dark wave e del post-punk. Un macigno freddo e scivoloso quanto ardente e ruvido. I simil-arpeggi di Robert Smith dialogano con linee di basso efficaci, motorizzate da una batteria dritta, senza virtuosismi e spoglia. Si parlava sul serio quando si interpellava il ruolo delle tastiere: una nota per volta, nessun accordo, essenzialmente spostarsi lungo le toniche. Siete in una foresta minacciata dalla nebbia e la vostra corsa non può arrestarsi. Ci si addentra tremanti con A reflection, lo strumentale d’introduzione. Siete voi a discostare i rovi mentre pianoforte e chitarra conversano timidamente, poi uno scatto: Play for today è l’inizio della corsa. Tipicamente post-punk. Gallup naviga sul basso con fare travolgente. Due accordi ripetuti per i minuti di Secrets, quasi un silenzio assordante. La vostra mano si fa visiera e cercate di guardare oltre. Una piccola costruzione abbandonata, il legno ammuffito e il freddo radicato negli infissi. In your house è così. Di notte gioco, nella tua casa / vivo un’altra vita / fingendo di nuotare. Ancora: Non sento alcun suono, nella tua casa. / Silenzio / lungo le stanze vuote. Esplorate gli ambienti e la polvere si fa vostra compagna di viaggio, al suono delle strumentali Three e The final sound. Si esce di lì e si fa ritorno alla foresta. Sì, Seventeen seconds è l’album di A forest, una vera pietra miliare del mondo dark wave, perché si parla di flanger, di quel riff introduttivo di chitarra entrato nella storia e di un Robert Smith in preda al panico, inseguito tra gli alberi da una voce di donna che chiama il suo nome. Si accorgerà di trovarsi solo, in quei boschi, inseguito da quella voce che in realtà vive nella sua testa. Correva verso il nulla, ancora e ancora. Ci piace pensare che Smith si sia impegnato a farci metabolizzare la realtà urbana dei primi anni ’80, nel grigiore delle metropoli colorato di disagio e paura. Siamo nel pieno dell’esplosione di una nuova tendenza discografica, quella che ci mostra le istantanee in bianco e nero ad alto contrasto, ma non la stessa scala di grigi delle fotografie degli artisti dei cari anni ’60. Vediamo ragazzi cupi e demotivati, timidamente distaccati dal punk distruttivo e autolesionista ma ben riconoscenti ad esso. Forse è scomparsa quella voglia di anarchia sputata in faccia alla Regina Elisabetta sfregiata da una spilla da balia. Quel che rimane è la desolazione di un mondo occidentale rimasto immutato. Macerie dopo la guerra. No, non si parla di giovani musicisti depressi, la parola che meglio li descrive è “realismo”. Non si deve più perdere tempo a collidere contro il mondo raccontando la politica, la società e le disfunzioni. Meglio incanalare il male di sopravvivere facendo dell’insoddisfazione un’arte. Si catturano i colori e si inventa un talismano grigio, tenebroso ma profondo. Si guarnisce con la poesia e si inforna l’essenzialità. Si lascia la tecnica ai solisti per non oltraggiarla. C’è bisogno di essere chiari, o chiaroscuri.

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