Scuola Diaz, Strasburgo condanna l’Italia per tortura

La decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo sui fatti del Luglio 2001

(Da L’Arborense n.14 del 26.04.2015, pag.15)

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Erano come un’armata ostile, un esercito nemico. La paura e lo sgomento nelle parole di un giovane no global berlinese. Esiste un tintinnare sinistro che quasi si erge a emblema di quella notte del 21 Luglio 2001. Una busta di plastica azzurra, tra le mani di un garante della legalità, appare evanescente, inspiegabile ma determinante. Al suo interno si può sentire lo stridere inequivocabile del vetro. Bottiglie esplosive, molotov. Ne fanno uso i black bloc per devastare i fabbricati e minacciare lo Stato quando si incuneano nelle manifestazioni di protesta. Sì, all’interno della scuola Diaz ci sono loro, quelli del Blocco Nero che hanno messo Genova a ferro e fuoco. Devono essere fermati, l’edificio deve essere messo in sicurezza. La vera fortuna è la presenza dello Stato che interviene per sequestrare gli esplosivi e le armi, arrestare quei criminali vestiti di nero e porre fine alle violenze. Il più furente e implacabile black bloc presente all’interno della Diaz è l’allora 62enne Arnaldo Cestaro, che viene svegliato di soprassalto dal suo sopore da alcuni rumori molesti provenienti dal cortile della scuola. Il suo primo pensiero sarà: sono arrivati i black bloc. In quel momento tutto si ferma e tutto si riavvolge. Egli continua: ma no, è la nostra Polizia! È la notte del pretesto e del sangue. In quella scuola non riposavano i violenti black bloc. Erano giovani attivisti del Genoa Social Forum, il gruppo di protesta che si ribellava ai vertici del G8 per far sentire la propria voce, serenamente, forse con un po’ di rabbia. La stessa rabbia che muove le masse con le mani dipinte di bianco, protese verso l’alto in segno di resa e di pace. Riposavano in quella struttura in quanto unico luogo della città nel quale esisteva un’autorizzazione al pernottamento, al riposo e al ristoro. Le forze dell’ordine non avevano accettato i disordini impuniti nel corso delle manifestazioni, disordini inoculati senza pietà dai veri membri del Blocco Nero e che avevano messo in cattiva luce i difensori della legalità. Il mondo osservava il fallimento dello Stato e bisognava intervenire. Meglio raccattare due bottiglie molotov trovate per strada, qualche attrezzo da cantiere e introdurre il tutto all’interno della scuola Diaz come pretesto per spargere sangue. Meglio infrangere i cancelli della scuola con una camionetta, sfondare il portone e le finestre e introdursi tra i giacenti mettendo ordine con ogni tipo di violenza gratuita: manganellare, prendere a calci, sputare su ogni cosa che si muove, usare i tonfa al rovescio per far vincere lo Stato. Esiste una parte dell’Italia che si fa rispettare anche quando trascina per i capelli una donna, magari lanciandola più volte contro un attaccapanni. Le macchie di sangue altro non sono che chiazze di spremute di arancia rossa, pomodoro, ketchup e bombolette di vernice esplose durante il pestaggio. Esiste un fatto ancora più grave: molti attivisti sono stranieri venuti in Italia a creare disordine. Sono tutti black bloc, ci sono le prove: le molotov, le mazze e i picconi. Poi, di nuovo, c’è Arnaldo Cestaro, il più pericoloso di tutti. Ha 62 anni ma è un demonio, bisogna punirlo. I tonfa su di lui, i calci e le conseguenti fratture, così impara. Perché una parte dello Stato italiano non arresta. Tortura. Non sapremo mai se le parole di Michelangelo Fournier, allora vice dirigente del Reparto Mobile di Roma, risveglieranno le coscienze dei colpevoli: mi sono trovato di fronte a una macelleria messicana. Sì, perché la Corte Europea dei diritti umani condanna l’Italia per non avere una legislazione adeguata a punire il reato di tortura. Si parla di vuoto legislativo che ha consentito ai colpevoli di restare impuniti. C’è di più: lo Stato italiano ha violato l’articolo 3 della Convenzione sui diritti dell’uomo, che recita: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani e degradanti”. Al massacro inflitto presso la scuola Diaz, difatti, si aggiungono le sevizie della caserma di Bolzaneto. Non era abbastanza a quanto pare, non ci si poteva fermare al tentato sterminio di massa, tra quelle mura. Il Genoa Social Forum era una minaccia. Un poliziotto ha poi mostrato una lacerazione sul giubbotto antiproiettile, provocata da una coltellata mossa da un attivista che voleva difendersi. Si è rivelata una bugia, ma sono solo dettagli. Sì, perché solo in tenuta antisommossa si doveva intervenire, le biro sparse sul parquet della palestra, i quotidiani abbandonati, i quaderni e i libri sanno uccidere.

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