BLASTEMA – Da Forlì arriva la nuova musica italiana. Ancora viva

(Da L’Arborense n.13 del 19.04.2015, pag.19)

Una realtà nostrana
giunge in superficie.
Alternative rock e aria
pulita in due album
ruvidi, intensi ed
esplosivi. Dall’udito
attento di Dori Ghezzi.

cover-Blastema-Foto-di-Marco-Onofri
Foto di Marco Onofri

C’è un popolo fermo, nella notte. Lo si può vedere da ogni satellite, mentre ricopre l’emisfero che ancora attende il giorno. L’innumerevole orda di teste e corpi osserva l’orizzonte e non si rassegna: arriverà il momento. Noi passiamo tra le fila disordinate, scrutando i volti. Sono tutti protesi verso l’alto e dalle loro spalle giunge una musica fatta di timpani, acustiche frementi e parole: … e i sospiri sfumeranno in te, e altri vivi si uniranno finché sarai. Quasi si cambia emisfero: la Terra rotea e non si arresta. Il canto prosegue: … e i mattini crederanno in te. Accade qualcosa. Una luce fa capolino lungo l’orizzonte e investe quei volti rimasti in penombra per tutta la notte. Braccia protese verso il cielo in adorazione e giubilo: è sorto il Sole. Ce lo raccontano i Blastema con il brano Sole tu sei dal capolavoro Lo stato in cui sono stato. Un album epico, indie, elettronico e rock, romantico e violento, dolce e amaro. Sole tu sei apre il suo ending con un synth che davvero ci costringe a guardare verso l’alto e ringraziare il giorno, lo stesso giorno che un uomo, al risveglio, maledice nella title-track del precedente album Pensieri illuminati. Capitanati dal carismatico Matteo Casadei, i Blastema prendono il nome da un gruppo di cellule che rimangono a lungo indifferenziate e, proliferando, danno origine ad abbozzi di organi. All’attivo, dunque, hanno sfornato due opere: Pensieri illuminati (2010, Halidon) e Lo stato in cui sono stato (2012, Nuvole Production, fondata nel 1990 da Fabrizio de Andrè e ora diretta da Dori Ghezzi, ndr). Alle loro spalle una serie di conquiste: nel 2005 vincono Sanremo Rock, nel 2009 suonano all’Arezzo Wave e nel 2010 sparano la loro musica all’Heineken Jammin’ Festival. Nel 2013 partecipano al Festival di Sanremo nella sezione “Giovani” e conquistano il quarto posto con il singolo Dietro l’intima ragione che verrà inserito tra le tracce de Lo stato in cui sono stato. No, precisiamo. Non rimase conquistato solo il quarto posto, ma anche un gran numero di pubblico amante dell’indie che ancora non aveva fatto la loro conoscenza. I più si sono fiondati sul web per trovare più materiale possibile, e tra le prime scoperte vi è senza dubbio il singolo Synthami, seconda traccia de Lo stato in cui sono stato. Energia, elettronica e chitarre distorte, una batteria singhiozzata che si apre nel ritornello per poi raddoppiare nella seconda strofa. Note fuori scala, ottave e riff che si inchiodano nella testa e non abbandonano. Rimanendo sullo stesso album, incuriosisce da subito la prima traccia, Intro. Un minuto e ventitré di rumore e nichilismo, con gli accordi della chitarra acustica che fanno la differenza, senza tralasciare l’importanza delle parole: C’era una volta ed ora non c’è più quella minaccia che temevi tu; c’era una volta, tanto tempo fa. Quella minaccia adesso è la realtà. Ogni frase è scandita da un’esplosione che chiude ogni quarto. Due strofe intervallate da un basso synth distorto che si chiude a cerchio e non lascia speranza. L’orecchio gode anche all’arrivo di Dopo il due. Siete su un cornicione e guardate verso il basso: la folla vi osserva e vi indica. Velocità e trasporto, fino a un bridge che confonde alternando tempi dispari a sezioni pari, in un perfetto progressive rock. È il vostro corpo che precipita nel vuoto. Si atterra, poi, sul morbido con Tira fuori le spine, una consolazione per chi si sente diverso o perdente. Chitarre acustiche e dolci all’inizio, distorsioni che si uniscono quando è necessario. Se è vero che hai perso, fallo in modo di essere all’altezza dell’Universo, e ancora: Tira fuori la voce che credevi persa, come se fosse un pianto senza lacrime, canta come se fosse la prima volta. Non è da meno l’opera d’esordio, Pensieri illuminati. Versi poetici e sinuosi, perché nei cuori tutti sanno, nessuno dice. Tra campi che fanno pace sopra le mine e margherite che esplodono tra i muri. Si inizia con il suono dritto di un metronomo, un synth, poi una pausa. Il charleston della batteria che lavora in sedicesimi ed ecco completata la ricetta della title-track. Sì, i Blastema sono una di quelle band che a Sanremo fanno la differenza. Incompresi dal televoto, adorati dal pubblico dell’alternative.

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