Carmen Consoli, le mille facce dell’amore

L’abitudine di tornare, il nuovo disco.

(Da L’Arborense n.11 del 29.03.2015, pag.19)

Nelle dieci tracce
scorgiamo un’artista
e una donna matura,
più di quando incantava
con il suo noise fatto
di chitarre inquiete
e nervosismi sonori.

Carmen-Consoli_05-0800_MID

Ci si scopre donne, nel quinto piano di un condominio che fa da cassa armonica alla pioggia scrosciante. Tre tocchi dall’esterno, sulla porta blindata. Il nostro occhio si approssima allo spioncino. Le nostre ciglia lunghe filtrano con fatica la luce intermittente delle lampade al neon di un corridoio trascurato, perché attendiamo da settimane che si provveda alla sostituzione degli starter oramai appassiti e usurati. Luci che lampeggiano nervose, ideali per fare da scenario a ciò che il nostro sguardo, con terrore, scorge così distorto dall’effetto fisheye. Un uomo, dall’altra parte, guarda verso di noi e ansima impugnando un martello destinato a schiantarsi sulla nostra fronte. Non vi sarà più niente, dopo. Ci si scopre donne, e si verrà murate nel bagno da qualcuno provato dall’orgoglio ferito. Nemmeno un pitone come arma di difesa potrà impedirlo. Carmen Consoli è anche questo. L’abitudine di tornare è donna, così come quella di osare e provocare. La cantantessa per antonomasia lo fa accompagnandoci nella sua Sicilia, ma non saremo stretti nella sua mano, né in fila indiana come turisti del suono. Siamo i suoi occhi e ogni suo battito, come accade spontaneamente nella title-track quando ci si domanda: «Confesserai mai a tua moglie / che sabato dormi con me / da circa dieci anni, tra alti e bassi?». Il ruolo difficile dell’amante, la malinconia di non avere l’esclusiva del condividere. Tra limoni e vendemmia, e amori fugaci, vagano le atmosfere di Ottobre. Chitarre acustiche come peculiarità, un basso sulle toniche per non disimparare all’ascolto delle parole. C’è il sud e c’è un paradiso che poteva anche attendere, «fosse stato il prezzo della libertà». Una bacchetta sul bordo, poi sul rullante, poi su entrambi. Esercito silente esiste per parlare di una guerra giusta e dignitosa: quella contro la mafia. In 6/8 Carmen eleva la sua melodia osando chiedere: «Chissà se il buon Dio perdonerà il silenzio». Poi un grido di dolore: «Chissà se il buon Dio perdonerà Palermo». Un corteo silenzioso, come uno Stato che non perde occasione per applicare il suo tricolore sul sangue. A volte come firma. Una storia d’amore oramai all’epilogo si riconosce nei continui levare di Sintonia imperfetta, dal ritmo più deciso rispetto alle ballate delle tracce precedenti, che quasi sembra un aggiornamento alla ormai storica Fiori d’arancio. Ci si scopre donne, con un ex-fidanzato ferito che attende con un martello in mano. È La signora del quinto piano, la tensione del femminicidio con un accenno di chitarra distorta e una chiara denuncia «Non v’è ragione alcuna di aver paura; questa la conclusione dei funzionari della Questura». Anche quando si viene murate vive da uno stalker incapace di accettare la realtà. L’altra faccia dell’amore, quello che ferisce senza martello, è cantata in Oceani deserti, che si apre con un arpeggio che immobilizza. E forse un giorno non lascia spazio all’immaginazione: «Per quanto tempo dovrò chiedere ai miei figli di stringere i denti?». La speranza di una primavera che tornerà, quando l’aria avrà un prezzo più conveniente della benzina. Un 6/8 anche qui, sempre magistralmente ritmato dalla Consoli. Poi la sdolcinata San Valentino, parentesi necessaria dopo tanto dolore, ma questo ricorre con registro dissacrante con La notte più lunga, dove la furia mediatica viene messa in ridicolo tra chitarre acustiche e archi, con la timida comparsa di un coro. Quasi una canzone gitana, tra levare e malinconia. Si ritorna a casa con Questa piccola magia, un appassionato canto d’amore per il figlio della cantantessa. Spazzole sulle pelli e sinuosità. Una Carmen matura e donna, più di prima, quando incantava con il suo noise fatto di chitarre inquiete (Geisha, Per niente stanca, Fino all’ultimo, Confusa e felice) e nervosismi sonori. La si ama come sempre e da sempre, ringraziandola per non perdere mai l’abitudine di tornare.

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